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giovedì 5 giugno 2014

TORMENTA NERA - YOSHIHIRO TATSUMI


Mi sono imbattuto quasi casualmente in questo manga, l'ho aperto con diffidenza e l'ho cominciato a leggere distrattamente fino ad accorgermi che più andavo avanti a voltare pagina e più non riuscivo a smettere di leggere. A lettura completata l'ho chiuso, poi riperto e riletto tutto d'un fiato da capo. "Tormenta nera" un manga a me sconosciuto realizzato da Yoshihiro Tatsumi nel lontano 1956 è senza ombra di dubbio il più bel fumetto che ho letto forse negli ultimi due o tre anni! un'opera stupenda che reputerei tale anche se fosse stata scritta e disegnata ai giorni nostri, ma che assume una connotazione unica e strabiliante se si pensa che abbia sulle spalle più di cinquanta anni! se la volessi giudicare partendo dall'anno di realizzazione la prima cosa che direi è "innovativa", sia per il taglio grafico, che per le inquadrature e lo storytelling. Mi sono trovato difronte ad un manga di altissimo livello che sinceramente ritengo un piccolo capolavoro. Concludo spendendo due parole anche sui disegni: lo stile di Tatsumi a metà strada tra il realistico e lo stilizzato a me piace molto come mi è piaciuta l'alternanza tra le prime pagine interamente a colori e le successive bicromatiche. Insomma "Tormenta nera" è un fumetto da avere assolutamente nella propria libreria che vale molto di più dei 14€ del prezzo di copertina.

GODZILLA - GARETH EDWARD


Mi accodo anche io alla fila di tutti quelli che negli ultimi venti giorni hanno avuto la smania o la voglia di scrivere la loro opinione sull'ultimo film dedicato al Re dei mostri "Godzilla"; siccome sul film di Gareth Edwards è stato praticamente già detto e scritto tutto mi limiterò solo a dire che questa versione 2014 mi è sicuramente piaciuta di più del popcorn-movies del 1998 firmato Roland Emmerich, ma che in senso assoluto non è che mi abbia entusiasmato. Ho apprezzato moltissimo il ritorno alle origini attuato attraverso la riproposizione di un Godzilla "buono", che si batte contro i kaiju per riportare l'equilibrio in natura e ho apprezzato molto la scelta di far entrare gradualmente in scena il gigantesco mostro fino all'escalation finale. Visivamente ho trovato tutto molto ben fatto e confezionato, per assurdo mi è piaciuto anche il ritmo compassato con il quale si sviluppano i 3/4 della storia, quello che mi è piaciuto meno è stata la superficialità con la quale sono stati "trattati" i personaggi, tutti privi o quasi di una qualsiasi sfaccettatura o profondità. Lo stesso Bryan Cranston aggiunge poco o niente al film ed è evidente che il suo "arruolamento" è stata una grande mossa pubblicitaria sull'onda dello strepitoso successo raccolto con "Breaking Bad". Detto questo non mi sento assolutamente di sconsigliarne la visione, ma personalmente se si è alla ricerca di un film che parli di kaiju allora mi tufferei a capofitto su "Pacific Rim" che secondo me, con tutte le differenze del caso, è di un altro livello.

GRAND HOTEL BUDAPEST - WES ANDERSON


Dopo "Moonrise Kingdom" (che mi era piaciuto moltissimo) ecco un altro piccolo-grande gioiello firmato da Wes Anderson, regista che in questa sua seconda vita creativa a me piace e convince sempre di più. "Grand Hotel Budapest" in parte prosegue il "discorso" stilistico-estetico che il regista americano aveva iniziato con la pellicola precedente: la sua ultima "fatica" cinematografica infatti ancora una volta brilla per originalità, per sottile umorismo e per estetica. Senza spoilerare troppo su trama ed intrecci vi basterà sapere che "GHB" è una commedia colorata, elegante e rocambolesta stupendamente raccontata e ricca, anzi ricchissima di personaggi "strani", di fughe, di travestimenti ed anche di un pizzico di "crime". Come succede sempre (o quasi) nei film di Wes Anderson i dialoghi, la fotografia e la ricostruzione storica sono curatissimi e questo film non fa eccezione, anzi la ricercatezza negli abbigliamenti e negli arredamenti tocca livelli qualitatiti altissimi, quasi fiabeschi. Se a tutta questa "ricchezza" visiva uniamo un pout-pourri di attori da fare invidia ad un qualsiasi colossal hollywoodiano, il gioco è fatto e non andare al cinema a vederlo sarebbe un vero delitto. Concludo con una piccola riflessione: la scena dell'inseguimento sci-slitta sulla neve, da sola vale il prezzo del biglietto!

mercoledì 4 dicembre 2013

BUBBA HO-TEP - JOE R.LANSDALE

L'ultimo libro che ho letto è un racconto breve scritto da Joe R.Lansdale nel 2002 dal titolo "Bubba Ho-Tep" che vede come protagonista un Elvis Presley ormai appesantito e vecchio ricoverato in una casa di cura a lunga degenza per anziani. Le vicende che l'eclettico scrittore texano ci racconta sono un esplicito omaggio alle storie di "serie B" di cui l'autore si è sempre detto appassionato. Lo stile narrativo e soprattutto il linguaggio usato in queste 96 pagine è volutamente e marcatamente votato all'eccesso per quanto riguarda il cinismo e la volgarità. Personalmente non ho amato questo racconto e seppur l'idea di base è interessante non mi sento di consigliarlo a chi non ha mai letto JRL o a chi ha letto la sola saga dedicata ad Hap&Leonard perchè si tratta di un libro bizzarro espressamente dedicato al suo pubblico di nicchia. Molto meglio quindi iniziare da "Una stagione selvaggia" o "Acqua buia" se ci si vuole avvicinare al mondo di questo scrittore. Mentre scrivo questo commento ho iniziato a vedere il film tratto da questo racconto con uno dei miei attori preferiti, Bruce Campbell, nel ruolo del protagonista Elvis. L'inizio non è malaccio, appena finisco di vederlo magari scrivo un breve commento.

giovedì 28 novembre 2013

JOYLAND - STEPHEN KING


Si lo ammetto non sono un fan sfegatato di Stephen King e ho sicuramente visto più film tratti dai suoi racconti che letto i racconti stessi. Tra questi ho avuto la fortuna di vedere (ed in parte leggere) capolavori assoluti come "Il miglio verde" e "Misery non deve morire", ma anche film meno acclamati da critica e pubblico che però a me sono piaciuti parecchio come "A volte ritornano", "Brivido" e "IT" (parlo del film, non del romanzo che è fantastico!). Per questo motivo quando diversi mesi fa è uscito "Joyland", il suo ultimo romanzo, io non sono stato tra quelli che l'ha preso per primo o addirittura pre-ordinato, ma semplicemente sono stato uno di quelli che ha atteso lo sconto del 30% per acquistarlo per poi metterlo nello scaffale della libreria in attesa del momento giusto per cominciare a leggerlo; momento giusto che è arrivato solo pochi giorni fa quando con una certa diffidenza ho cominciato a sfogliarne le prime pagine prima di addormentarmi. E le prime pagine rapidamente sono diventate capitoli e le 23 sono diventate subito le 2 di notte! "Joyland" infatti già dai primi passaggi ti coinvolge nella storia al punto di non vedere l'ora di avere mezzoretta libera per andare avanti nella lettura! Devin Jones, "Jonesy" per gli amici, è il fantastico protagonista della storia, un io narrante che arrivato intorno alla sessantina ne approfitta per raccontare l'indimenticabile estate dei suoi ventuno anni. Lo Stephen King che torna due anni dopo "22/11/63" e quattro dopo "The Dome" sembra uno scrittore più rilassato che confeziona un romanzo intenso che parla di amore, di vita vissuta, di morte, di un fantasma e (ovviamente) di un mistero da risolvere. Non c'è horror in "Joyland" ed il thriller, seppur presente, è trattato in secondo piano rispetto all'appassionante storia di Dev e del suo passaggio dall'età giovane a quella adulta con tutte le gioie e i dolori ad esso collegati. Tra inquietudini, misteri, umorismo e riflessioni Stephen King confeziona un racconto dal ritmo perfetto che vi farà affezionare velocemente ai protagonisti e vi stregherà al punto di sperare che non finisca mai...

mercoledì 27 novembre 2013

CANI SCIOLTI - BALTASAR KORMAKUR


Il "Buddy Cop" è un (sotto)genere cinematografico che a me piace moltissimo fin dai tempi di "Arma Letale" e che proprio per questo a modo mio ho provato anche ad omaggiare in "Hoster 2". Purtroppo dopo la fortunata serie curata da Richard Donner e fatta eccezione forse solo per i "Bad Boys" di Michael Bay e i "Poliziotti di riserva" di Adam McKay (che a me era piaciuto molto!), non ci sono stati più buddy movies che in qualche modo mi ha fatto sussultare; è come se il cinema hollywoodiano imporovvisamente abbia deciso di ignorare questo genere di film e lo abbia fatto circa fino ad un annetto fa quando inaspettatamente nelle sale cinematografiche è cominciata a ricomparire qualche pellicola interessante come "The Last Stand" con Arnold Schwarzenegger, "Bullet to the head" con Sylvester Stallone ed il criticatissimo (ma secondo me davvero carino)"R.I.P.D. - Poliziotti dall'aldilà" con Jeff Bridges. Di questa nuova (e fortunata!) ondata di film quello che mi è piaciuto di più è sicuramente "2 Guns" arrivato da noi col solito titolo storpiato, "Cani sciolti", diretto dall'islandese Baltasar Kormakur ("Contraband"). Protagonista di questo film, tratto dall'omonima miniserie a fumetti, è la convincente coppia Denzel Washington-Mark Wahlberg che guida lo spettatore attraverso un già visto, ma sempre efficace, canovaccio fatto di inganni e tradimenti che porterà i due protagonisti ad essere come al solito soli contro tutti. La regia è piuttosto spigliata, il ritmo serrato ed infarcito di colpi di scena ed il finale inclalzante anche se non molto sorprendente. Insomma "Cani sciolti" pur mostrando degli evidenti limiti di "scrittura" e peccando imperdonabilmente in chiave di umorismo è un bel film che regalerà agli amanti (e non) del genere un paio di ore di avvincente intrattenimento sia sulla poltrona di una sala cinematografica che sul divano di casa.

martedì 19 novembre 2013

NON AVEVO PIU' NIENTE - LEANDRO BARSOTTI

La prima volta che ho ascoltato un pezzo di Leandro Barsotti avevo poco più di sedici anni. Era un sabato pomeriggio come tanti altri quando insieme al solito gruppetto di amici entrammo da “Revolver”, uno dei negozietti di dischi più forniti che c’era al tempo a Roma, per dare un’occhiata alle novità e fare acquisti. In tasca avevo poco meno di 20.000 lire che mi dovevano bastare per comprare il biglietto dell’autobus per il ritorno ed un CD come auto-regalo per l’imminente Natale. Senza pensarci troppo andai sparato verso il reparto dedicato ai cantanti italiani e una volta arrivato davanti alla lettera B presi la mia copia di “Come un cammello in una grondaia” di Franco Battiato. I miei amici non erano stati veloci nella scelta come lo ero stato io, così mentre loro discutevano su quale album fosse meglio prendere tra “Nevermind” dei Nirvana, “Innuendo” dei Queen e “Dangerous” di Michael Jackson io continuai a girare tra gli scaffali del negozio fino ad arrivare davanti ad una piccola vetrina con gli album in offerta. Tra quelli esposti uno attirò immediatamente la mia attenzione per via dello strano titolo. Anche se comprandolo sapevo bene che non avrei avuto i soldi per il biglietto di ritorno, lo portai lo stesso con me alla cassa: quell’album era “Il caso Barsotti” di Leandro Barsotti.

Da quel lontano sabato pomeriggio del 1991 è trascorso moltissimo tempo, i miei sedici anni hanno lasciato il posto ai quasi quaranta e gli album di Leandro Barsotti da uno sono diventati otto. L’ultimo (disponibile ora in tutti i digital-store e nei negozi specializzati) dal titolo “Non avevo più niente” arriva tredici anni dopo “Il segno di Elia” e rappresenta il regalo che il cantautore padovano (d’adozione) ha voluto fare a se stesso e agli “amici” per i suoi cinquant’anni. Distribuita dalla Artis Records, l’ultima “fatica” discografica di Leandro Barsotti è un lungo ed emozionante viaggio raccontato attraverso una raccolta di nove brani inediti (più “E se questa fosse l’ultima” omaggio all’amico Lucio Quarantotto) pieni di emozioni e di visioni. “Non avevo più niente” è un album intimo e sorprendente, una vera e propria dichiarazione d’amore verso la musica da parte dell’autore che è tornato sulla scena sfoggiando una maturità artistica di assoluto livello, in passato già esibita in brani come “Siamo gli uomini migliori”, “Dio beve champagne” o “Un’altra vita”. In alcuni brani dell’album, come “Maria” e “Nella stanza”, la voce di Barsotti graffia e apre ferite nell’anima, in altri, come “Rosso sangue salato” e “Non avevo più niente” a sorprendere è il linguaggio; in particolare trovo che proprio nel pezzo che da il titolo al disco ci sia la vera essenza del cantautore, tutto il suo stile e le sue contraddizioni costruite attraverso l’utilizzo di testi ricchi di amara-ironia mossi da arrangiamenti pop anni ’90 che una volta entrati nella testa non ne escono più. Completano la tracklist le itineranti “Malindi” e “Piazza San Sebastiano” e le poetiche “Maddalena”, “Sensi” e “Come ci si innamora”. Tredici anni sono stati una lunga attesa, ma a conti fatti ne è valsa davvero la pena perché “Non avevo più niente” di Leandro Barsotti è un album prezioso, che forse non sarà destinato ad entrare nelle classifiche per restarci, ma nei cuori di chi saprà capirlo ed apprezzarlo sicuramente si.





sabato 16 novembre 2013

DEAD IN TOMBSTONE - ROEL REINE'

Un paio di giorni fa ho avuto la (s)fortuna di vedere gratis "Dead in Tombstone" l'ultimo film di Roel Reiné. Pensavo che sarebbe stato un gustoso antipasto nell'attesa del sequel di "Machete" di Robert Rodriguez, ma mi sbagliavo perchè il regista olandese non è Rodriguez e nemmeno Sam Raimi (anche se si "atteggia" a ricalcarne lo stile!)e per questo confeziona un film davvero brutto, piatto e noioso. Non è sufficiente infatti mescolare i generi horror-western-fantasy-action per avere la garanzia di successo, come non basta mettere un cappello da cowboy e una pistola in mano all'icona pulp del momento Danny Trejo per sperare di sfondare al botteghino. Il "tough guy" americano infatti se non è supportato e circondato da un cast importante (vedi appunto i due "Machete")con la sua mono-espressione alla lunga (ma anche alla corta!)stanca e annoia scadendo quasi nel patetico; con tutto il rispetto trovo sia stato un suicidio affidargli il ruolo di assoluto protagonista perchè ormai il suo "personaggio" è stato stra-sfruttato e non ha più nulla da dire. Se poi ad un protagonista goffo ed appesantito, incapace addirittura di tenere due pistole in mano in maniera credibile, vengono affiancati tutta una serie di personaggi privi anche della più misera caratterizzazione e di un qualsiasi spessore (compreso il "pacchiano" Mickey Rourke-Satana), una fotografia da telefilm di Rete4, una colonna sonora colpevolmente assente e degli effetti speciali in stile iMovie, il gioco è fatto ed il flop inevitabile! "Dead in Tombstone" secondo me per tutti questi motivi è (tra quelli che ho visto) il film più brutto dell'anno, forse addirittura degli ultimi cinque, perchè oltre a far acqua da tutte le parti ha una presunzione stilistica (vedi continue zoomate, scene a rallentatore, accelerazioni e tagli)completamente fuori luogo! evitate come la peste questo no-western, no-horror, no-fantasy, no-action privo di una qualsiasi forma di ironia e di mordente che dopo quasi due ore di proiezione non lascia niente nello spettatore fatta eccezione per quella fastidiosa sensazione di ennesima occasione persa...

mercoledì 13 novembre 2013

DEATH METAL - TITO FARACI

Avevo letto parecchie storie del Tito Faraci sceneggiatore (per la Bonelli e la Disney), ma nessuna del Tito Faraci scrittore ("Oltre la soglia"), almeno fino a due giorni fa quando ho iniziato a sfogliare il suo "Death Metal". A convincermi della spesa (15.50€ a prezzo pieno non sono pochi!) sono stati l'ambientazione "Oltrepò Pavese" che conosco molto bene grazie alle origini di mia moglie, l'incipit "classico" alla base del racconto ed in ultimo, non mi vergogno ad ammetterlo, la copertina! mosso da questi presupposti mi sono auto-regalato questo libro per il compleanno ed appena ho avuto un pò di tempo libero ho cominciato a leggerlo. Lo stile narrativo del Faraci-scrittore, almeno in questo "Death Metal", sinceramente non mi ha convinto molto e i paragoni con King e Golding (riportati in quarta di copertina!)  li ho trovati oltre che eccessivi, completamente fuori luogo. "Death Metal" infatti è un racconto dalle trame e dai contenuti piuttosto sfruttati che non brilla certo per originalità e per costruzione del plot! per essere un thriller manca colpevolmente di tensione e crea in ritardo nel lettore (che in questo caso sarei io!) quell'aspettativa tipica del genere. Insomma questo DM è figlio del filone "gruppo di ragazzi che si perde nel paesino ai confini del Mondo abitato da pazzi organizzati" di cui era già piena la letteratura e la cinematografia e ha come difetto principale il fatto di non aggiungere nulla a quanto era stato raccontato fino ad oggi. Anche la "retro-storia" di quello che dovrebbe essere il protagonista l'ho trovata piuttosto debole e fine a se stessa soprattutto perché non mi è sembrata rilevante nell'economia complessiva del racconto. Se a tutto questo aggiungiamo un finale piuttosto banale e sbrigativo ci rendiamo conto di non trovarci davanti ad un capolavoro, ma semplicemente ad una storiella "dark" che si legge in un paio di giorni e forse più adatta au un quindicenne piuttosto che a un quasi quarantenne come me. 

I DELITTI DEL BARLUME

Ero molto curioso di vedere "I delitti del Barlume", una miniserie tv di due episodi auto-conclusivi in esclusiva su SKY. Il primo, definiamolo, film dal titolo " Il Re dei giochi" è andato in onda due giorni fa, mentre il secondo, "La carta più alta", verrà trasmesso lunedì prossimo. La mia curiosità per questa produzione era figlia di due fattori: la presenza come protagonista di Filippo Timi ed il fatto che si trattava dell'adattamento cinematografico di due racconti di Marco Malvalti. A visione (faticosamente) ultimata la delusione è stata pressoché totale perché "I delitti del Barlume" non è niente altro che una fiction come tante altre che mi sarei aspettato di vedere su Rai 1 o Canale 5 e non di certo su uno dei canali di punta di Sky! Rispetto al romanzo da cui è tratto, questo "Il Re dei giochi" manca totalmente di ritmo, di tensione, di umorismo ed è girato in modo davvero "scolastico"; non c'è un personaggio interessante o con un minimo di spessore e le svolte narrative di cui doveva essere pieno questo mini-film sono ridotte all'osso e davvero mal costruite. Ne consegue che il prodotto finale è davvero mediocre sotto tutti i punti di vista anche quello della recitazione: i quattro pensionati in 90' di proiezione non sono mai stati credibili o simpatici ed anzi li ho trovati quasi fastidiosi col loro dialetto molto accentuato; anche Filippo Timi, che reputo un grande attore, si è adeguato alla mediocrità del film fornendo un'interpretazione piatta ed impersonale. A conti fatti gli unici motivi che mi spingeranno a guardare la seconda parte sono la splendida location, quella Marciana Marina in cui ho trascorso un'indimenticabile vacanza ed Enrica Guidi  la bellissima barista co-protagonista della miniserie.

sabato 9 novembre 2013

L'ISOLA PROIBITA - UPLAY EDIZIONI

Visto che negli ultimi tempi in maniera inaspettata e prepotente è ri-esplosa in me la vecchia passione per i "Giochi da tavolo" (o se preferite "Giochi di società") ho deciso di aprire sul blog una piccola rubrica dedicata a questo divertente passatempo che spero possa fornire qualche utile indicazione a chi è interessato all'argomento. Le mie definiamole "recensioni" non avranno nulla a che vedere con quelle super argomentate ed approfondite dei ragazzi de "La Tana dei Goblin" (che vi consiglio di andare a leggere prima di procedere ad ogni eventuale acquisto ludico), ma saranno solo delle raccolte personali di sensazioni provate durante il gioco che  ho piacere di condividere con chi mi segue. Ora però bando alle ciance e via con la prima rece: 

L'ISOLA PROIBITA - UPLAY EDIZIONI 
Si lo ammetto per i giochi a tema "isolano" ho un vero e proprio debole! la prima cotta l'ho avuta per "L'Isola di Fuoco", il famoso cult degli anni '80, che è stato e resta uno dei miei giochi preferiti col quale giocherei ad oltranza senza stancarmi mai; poi ho avuto una leggera infatuazione per "Jamaica" , un coloratissimo  e dinamico gioco che mi regala ogni volta ore di puro divertimento; con "The Island" è stato invece un vero e proprio colpo di fulmine: la sua leggerezza unita ad una buona dose di  strategia mi hanno coinvolto da subito ed indipendentemente dal numero di concorrenti in gara mi piace davvero molto. Poi c'è stato un'amore più saggio e più maturo, ultimo solo in ordine di tempo rispetto agli altri , quello per "L'Isola Proibita", un vero e proprio gioiello che brilla luminoso nella mia quasi trentennale collezione. Si tratta di un gioco cooperativo di carte e tessere per 2-4 giocatori dalle meccaniche davvero molto semplici ed efficaci che garantiscono un bel pò di "avventura" e divertimento. In due parole lo scopo del gioco è recuperare i quattro Artefatti Sacri degli elementi Terra, Vento, Acqua e Fuoco e decollare dall'Isola prima che questa sprofondi nell'acqua. La sensazione della corsa contro il tempo è resa davvero molto bene ed il possibile mix tra esploratori, livelli di difficoltà e schemi isola disponibili dovrebbero garantire una discreta longevità. Personalmente dopo averci giocato la prima volta mi è venuta subito voglia di rigiocarci e lo stesso è accaduto a Maria, mia moglie nonché per l'occasione mia compagna di "puntellamento". Se dovessi per forza trovare un difetto a questo gioco lo ricercherei nella componente "pesca-fortunata" che trovo troppo rilevante ai fini del risultato finale della sfida. Fatta eccezione per questo aspetto, il gioco della Uplay non ha altri difetti e secondo me merita senza dubbi l'acquisto anche e soprattutto in relazione al rapporto qualità-prezzo, alla componentistica di ottima fattura ed alla scatola di latta decorata in rilievo davvero molto molto bella. Concludo con due consigli: 
1. Se decidete di acquistarlo fatelo direttamente dal sito della Uplay perchè è il più economico (circa 20€), la spedizione è gratuita e velocissima e i ragazzi sono molto disponibili in caso di problemi (io non ho trovato l'indicatore livello acqua nella confezione). 
2. Recuperate subito su internet lo schema delle "Isole Misteriose" perchè vi regalerà più varietà e ore di gioco.

LE AVVENTURE DI GUNTHER BRODOLINI

Non conoscevo Alessandro Gori e non ero (o sono) un seguace del suo famoso blog “Lo Sgarabonzi”, ma incuriosito da una divertente ed argomentata recensione scritta da un mio ex-insegnante (online) di sceneggiatura ho deciso di prendere il suo ultimo libro “Le avventure di Gunther Brodolini”. A convincermi dell’acquisto, oltre alla curiosità, il prezzo (circa 6 euri!) e l’insolito formato rettangolare stretto e lungo capace di mandare in tilt il senso geometrico dell’ordine e dell’equilibrio di un fissato come me! concepito come il diario personale del giovane protagonista Gunther, un mocciosetto tenero e allo stesso tempo crudele, questo libro di racconti brevi, cronologici ed auto-conclusivi  a me a conti fatti non è piaciuto; riconosco delle trovate interessanti ed anche diversi spunti divertenti ed intelligenti, ma in linea generale non ho amato e non amo l’umorismo nero, marcio e psichedelico di cui sono intrise le sue pagine. Ci sono dei racconti che addirittura mi hanno dato anche un po’ fastidio perché li ho trovati eccessivamente “forzati”, ma sicuramente il tutto fa parte dello stile dell’Autore che io non ho completamente apprezzato; ma se da una parte l’atmosfera generale dei racconti non mi ha convinto, dall’altra mi sono piaciuti parecchio i giochi verbali e l’uso geniale dei nomi, uno su tutti: “Emerda - il cioccolato che non ti aspetti!”. 

lunedì 14 ottobre 2013

RIPD - POLIZIOTTI DALL'ALDILA' DI ROBERT SCHSWENTKE

Mi sono chiesto per giorni e giorni perchè l'ultimo film di Robert Schswentke, "RIPD - Poliziotti dall'aldilà", fosse stato così poco pubblicizzato in Italia, perchè fosse stato proiettato in così poche sale (e per giunta per pochi giorni e in orari assurdi!) e perchè non fosse stato distribuito nella versione 3D; poi ho letto diverse recensioni serie e meno serie risalenti alla sua prima uscita negli States e l'ho capito! la critica infatti era stata unanime nel giudicare "RIPD" un vero flop e probabilmente proprio per questo motivo da noi è arrivato avvolto nell'ombra ed ha subito questo trattamento di non-cortesia finendo confinato per meno di sette giorni in cinema improbabili e in orari che lo erano altrettanto; ma io della critica cinematografica e soprattutto dei critici che si prendono troppo sul serio me ne sono sempre fregato, per questo ho deciso lo stesso di vedere l'ultima fatica cinematografica dello stesso Robert (cognome assurdo!) Schswentke capace di entusiasmarmi col suo RED (altro film demolito dagli adetti ai lavori!). E a conti fatti devo dire che sono contento di averlo visto! certo non siamo ai livelli del filmissimo con Bruce Willis e John Malkovich, ma sono sincero nel dire che a me questo "Poliziotti dall'aldilà" con tutti i suoi piccoli-difetti alla fine è piaciuto. Probabilmente chi si aspettava un film con lo stesso appeal di "Ghostbusters" o del primo "Man in Black" sarà rimasto deluso, ma diciamoci la verità un altro film come quello di Ivan Reitman difficilmente verrà realizzato! detto questo "RIPD" è una sorta di ironico buddy cop che non aggiunge nulla di nuovo al "genere" e fila liscio per tutta la sua (breve) durata senza grossi colpi di scena e senza nulla che non si potesse intuire già dalle prime scene. I suoi punti di forza sono secondo me l'impatto visivo nel suo complesso, i mostri piacevolmente grotteschi, la regia dinamica ed ispirata di RS, gli omaggi ai vari "Ghost" e "MIB" di cui è piena la pellicola e la performance del solito grande Jeff Bridges che tiene a galla (da solo) la barca anche quando sembra stia per affondare. Quello che invece mi è piaciuto meno è stato l'aspetto ironico del film un pò troppo debole e ripetitivo (vedi la carinissima idea degli Avatar dei protagonisti davvero troppo troppo sfruttata!), le scene action troppo lunghe e poco coinvolgenti e la caratterizzazione troppo superficiale degli altri personaggi principali come l'evanescente Ryan Reynolds e il Villain meno cattivo di sempre Kevin Bacon! questo si che è stato un vero peccato, per il resto "RIPD" ha tutti gli ingredienti per essere noleggiato e visto un sabato sera d'inverno mentre si sta belli comodi seduti sul divano con del pop-corn appena sfornato tra le mani. 

PS: sarò pazzo, ma se uscirà il bluray in versione 3D io me lo comprerò!

venerdì 23 agosto 2013

NOW YOU SEE ME - LOUIS LETERRIER


Qualche giorno fa approfittando del brutto tempo sono andato a vedere “Now you see me – I maghi del crimine” profondamente convinto che potesse essere il film straniero più bello dell’anno, quello da incoronare nei prossimi Riserva 75 Awards tanto per intenderci. Beh ci tengo a dire subito che non sarà così. Probabilmente l’eccessiva aspettativa e l’ingiustificata speranza che nutrivo nei riguardi di questa pellicola trovava spiegazione nella mia passione oltre che per il Cinema anche (e soprattutto) per la Magia; così era bastato un teaser confezionato a mestiere e la presenza di Woody Harrelson su tutti, a farmi sussultare sul divanetto di casa in attesa di andarlo a vedere. Un bel po’ prima della fine della proiezione però ho capito che l’ultima fatica di Louis Leterrier (di cui mi era piaciuto anche il criticatissimo “Scontro tra Titani”) non era un capolavoro, ma nonostante questo arrivati i titoli di coda avevo stampato sul volto un bel sorriso soddisfatto e compiaciuto. NYSM infatti è una bella pellicola, dinamica, piena di ritmo e di qualità che nonostante qualche palese buco in sceneggiatura (su tutti la scomparsa improvvisa di Michael Caine!) e una regia un po’ ripetitiva nei movimenti di macchina regala allo spettatore quasi due ore di brillante intrattenimento. Tra le cose che mi sono piaciute di più c’è sicuramente la scelta intelligente del cast che abbracciando più generazioni accontenta tutti, dai veterani seguaci di Morgan Freeman a quelli più giovani rappresentati da Dave Franco e soprattutto da Jesse Eisemberg per la prima volta impegnato in un ruolo “cool”; anche i dialoghi costantemente frizzanti ed i ritmi sostanzialmente ben calibrati non mi sono dispiaciuti, mentre tra le cose che ho apprezzato meno metto la gestione un po’ caotica delle scene “action”, l’uso fine a se stesso degli effetti speciali ed il finale troppo “prevedibilmente” sorprendente.

P.S. l’attrice francese Melanie Laurent, che non avevo mai visto prima, è davvero molto bella.

sabato 17 agosto 2013

PAIN & GAIN - MICHAEL BAY


Di Michael Bay avevo amato i “Bad Boys”, mi era piaciuto parecchio “The Rock” mentre avevo storto un po’ il naso coi “Transformers” in attesa dell’uscita del suo film sulle mie amatissime Tartarughe Ninja prevista per il prossimo anno. Nell’attesa di vedere il “restyling” subito da Leonardo, Donatello e fratelli la settimana scorsa ho così convinto una riluttante Maria a venire con me al cinema a vedere “Pain & Gain – Muscoli e denaro”, ultima fatica cinematografica del regista di “Armageddon”. A differenza di quanto faccio abitualmente stavolta non avevo preso nessun tipo di informazione sul film che stavo per vedere, mi era bastato infatti sapere solo chi fosse il regista e che l’ingresso al cinema fosse gratis per giustificare la mia scelta. A proiezione ultimata il mio primo pensiero è stato rivolto proprio a questa mia ultima considerazione e più precisamente al fatto che con tutta certezza avrei fatto sicuramente meglio a prendere prima qualche informazione sul film prima di andare a vederlo. Dico questo perché “Pain & Gain” non è proprio un brutto film, ma uno di quelli che hanno l’imperdonabile pecca di non coinvolgerti mai e di lasciarsi guardare piatti dall’inizio fino ai titoli di coda. Non è bastata la solita brillante interpretazione di Mark Walberg né quella atonica ed impacciata di Dwayne Jhonson per alzare anche solo di un’asticella il mio giudizio complessivo su questo P&G che non vale secondo me neanche i 2€ del noleggio.

ROCK OF AGES - ADAM SHANKMAN


Se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei commentato con entusiasmo un film-musical sicuramente non l’avrei creduto ed anzi quasi certamente l’avrei preso per pazzo! Al pari della fantascienza (con qualche rara eccezione) il musical infatti è il genere più lontano dai miei gusti e quello con l’indice di gradimento più basso! Però in questo “Rock of Ages” c’era un qualcosa che sotto sotto mi incuriosiva, un qualcosa che non avevo ben chiaro che però alla fine mi ha convinto a vederlo. Forse si trattava del suo cast di tutto rispetto, forse della curiosità di vedere attori come Tom Cruise e Alec Baldwin cantare o forse chissà solo il piacere di riascoltare quei classici del rock che , strano a dirsi, avevo imparato ad amare grazio ai videogiochi della saga “Guitar Hero”. Sta di fatto che senza non tradire un background di scetticismo, l’ho caricato sul mio smartphone e me lo sono visto con tanto di cuffiette stereo sul treno diretto a Milazzo! Beh che dire, la storia nella sua banalità: giovane ragazza che dalla periferia parte alla volta di Hollywood per inseguire il suo sogno di cantante, rappresenta un classico, un evergreen dal successo (quasi) assicurato. E così questo “Rock of Ages” fila liscio raccontando le peripezie artistiche e sentimentali della protagonista (Julianne Hought) e del suo ragazzo (il bravissimo Diego Boneta) fino all’inevitabile, prevedibile, ma riuscitissimo lieto fine. Nel mezzo tutta una serie di “sketch” musicali ben realizzati e coreografati dal Regista Adam Shankman che donano un vicace tocco di colore e di ironia ad un film che io ho finito con l’amare da subito. La pellicola a conti fatti risulta impreziosita oltre che dalla suadente voce di Mary J.Blide, anche e soprattutto dalle interpretazioni di Paul Giamatti, Malin Akerman e dello strepitoso Tom “Stacee Jaxx” Cruise! Questo ROA mi costringerà ad introdurre una nuova categoria nei miei “Riserva75 Awards” ed anche se a detta degli “esperti” non rende giustizia all’omonimo musical di Brodway di cui ne è l’adattamento cinematografico, a me è piaciuto tantissimo e non vedo l’ora di rivederlo su uno schermo tv con un’impianto audio all’altezza.

DEVIL RED - JOE R.LANSDALE

Al pari di “Vanilla Ride” anche questo “Devil Red” l’ho trovato assolutamente strepitoso, almeno in tutta la sua prima parte fine all’ingresso in scena (da me a lungo auspicato!) di Vanilla Ride. Fino a quel momento il racconto era stato davvero divertente, scoppiettante ed in grado di incollare il lettore alle sue pagine. Ho gradito e anche parecchio direi, l’aspetto più malinconico e riflessivo col quale vengono “tracciati” in questo racconto i due protagonisti che appaiono come mai prima d’ora, appesantiti ed invecchiati. La trama si dipana a meraviglia e come al solito non mancano né nuovi ed interessanti personaggi né soprattutto colpi di scena che raggiungono il loro clou dapprima con l’inaspettata crisi di Hap poi col ferimento a morte di Leonard ed infine col la scoperta dell’identità dell’implacabile sicario conosciuto col nome di Devil Red! Quello che non rende questo racconto il migliore in assoluto della saga è secondo me il finale un po’ troppo tirato per i capelli che neanche la riapparizione inaspettata (ma neanche troppo!) di Vanilla Ride riesce del tutto a salvare. Peccato perché in fondo gli ingredienti per renderlo davvero “unico” c’erano tutti: la crisi di panico e morale di Hap, Leonard in fin di vita, il plot riuscitissimo, l’alternanza tra la solita ironia sboccata e le riflessioni intimistiche dei protagonisti, i convincenti personaggi di contorno, il ritorno di Vanilla e i dialoghi come sempre riuscitissimi. Nonostante quest’ultima considerazione ritengo “Devil Red” uno dei racconti più belli scritti da Joe R.Lansdale finora al pari di “Rumble Tumble” e “Vanilla Ride”, uno di quelli che ti fanno venire voglia di leggerne subito un altro…

VANILLA RIDE - JOE R.LANSDALE


Dopo il mezzo passo falso precedente (vedi “Capitani oltraggiosi”) la macchina narrativa di Joe R.Lansdale si rimette in moto e lo fa alla grande confezionando quello che secondo me è il racconto più bello che vede come protagonisti Hap e Leonard! Dopo un inizio entro certi versi un po’ banale (liberare la nipote di Marvin Hanson da un gruppetto di trafficanti di droga) la storia decolla e dopo un vorticoso susseguirsi di colpi di scena trova il suo apice massimo nel finale quando entra in scena un nuovo straordinario personaggio: Vanilla Ride, la bellissima e letale ragazza-sicario che da il titolo al romanzo. Personalmente ritengo questa micidiale bionda il personaggio più riuscito (fatta eccezione per i protagonisti) dell’intera serie e quello che spero di ritrovare nei prossimi racconti di Hap e Leonard. Concludo il mio commento spendendo due parole sull’altro nuovo personaggio della storia, Tonto, che pur non avendo lo stesso appeal di VR a me è piaciuto parecchio e facendo una considerazione sull’importanza della traduzione: il passaggio dall’ottima Einaudi alla mediocre Fanucci, soprattutto all’inizio, è stato davvero destabilizzante!

P.S. ho riportato di proposito il titolo del racconto originale “Vanilla Ride” e non quello inspiegabilmente trasformato dalla Fanucci “Sotto un cielo cremisi” perché credo che mai come in questo caso il titolo sia stato più azzeccato!

CAPITANI OLTRAGGIOSI - JOE R.LANSDALE


Il sesto capitolo della saga Hap & Leonard tra quelli letti finora è quello che ho amato meno nonostante sia comunque uno dei racconti più spassosi ed incalzanti della serie. L’atto eroico con il quale Hap salva la figlia del suo ricchissimo datore di lavoro, che sarà poi l’incipit dell’intera storia, sinceramente l’ho trovato un po’ forzato, come ho trovato un po’ forzato il successivo sviluppo della stessa in quel del Messico. I nuovi personaggi introdotti in corso d’opera non mi hanno appassionato come i precedenti co-protagonisti (Jim Bob, Brett, Marvin etc.) ed anche il cattivissimo di turno, un nudista convinto a capo della mala di Playa del Carmen ed il suo assistente gigante, non mi hanno convinto fino in fondo. Nonostante questo Joe R.Lansdale si conferma ancora una volta uno scrittore davvero eccezionale capace di costruire una trama complessa e convincente che ahimè scade in un finale troppo sbrigativo e non all’altezza delle altre storie lette in precedenza.
 

lunedì 5 agosto 2013

SOGNI DI SANGUE - LORENZA GHINELLI

Rimasto imperdonabilmente senza nessun libro da leggere dopo soli due giorni di vacanza a Lipari, e con un mucchio di letture interessanti lasciate a Roma, ho deciso di investire poco meno di 3€ ed acquistare tre dei racconti che la “New Compton Editori” ha messo in vendita a soli 0,99€ l’uno. Tra questi c’era “Sogni di Sangue” di Lorenza Ghinelli, una giovane autrice che io sinceramente non avevo mai sentito nominare, ma che mi aveva incuriosito oltre che per l’anno di nascita anche e soprattutto perché finalista con questo racconto, del “Premio Strega”. A lettura ultimata (ci ho impiegato due giorni scarsi per finirlo tra una pausa ombrellone e una relax post doccia) devo dire che sono rimasto piuttosto deluso. La storia nel complesso è piuttosto banale e non brilla in termini di ritmo e coinvolgimento; i personaggi sono “trattati” piuttosto sbrigativamente e in poco più di cento pagine non ci si lega a nessuno di essi; lo snodo principale del racconto è risolto frettolosamente e non c’è uno straccio di colpo di scena che sia uno o un sussulto improvviso che riesca a far uscire il lettore dal piattume di una narrazione che procede lenta e prevedibile fino al finale prevedibilissimo. A poco servono gli slanci stilistici dell’Autrice che pur dimostrando a tratti di avere una discreta abilità lessicale, pecca colpevolmente in termini di costruzione e sviluppo del plot. Un buon racconto diventerà un libro di successo quando sarà in grado di creare nel lettore quel senso di attesa che lo spingerà incuriosito a voltare pagina dopo pagina per scoprire cosa accadrà in quella successiva e quella dopo ancora. In “Sogni di sangue” invece si gira velocemente pagina solo per togliersi il pensiero ed arrivare il prima possibile alla parola fine…